Sintomi e trattamenti dell infezioni da Chlamydia

Quando si parla di infezioni da clamidia ci si riferisce a una serie di malattie provocate nell’essere umano dalla Chlamydia trachomatis, un batterio gram-negativo. Le infezioni vengono trasmesse per via sessuale. Tra le più diffuse, ricordiamo il tracoma, la malattia infiammatoria pelvica e il linfogranuloma venereo. Chlamydia trachomatis, in effetti, rappresenta l’unica specie del genere di batteri Chlamydia nociva per gli esseri umani. Essa viene divisa nei sottotipi A, B, Ba e C, associati al tracoma, L1, L2 e L3, associati al linfogranuloma venereo, e D, E, F, G, H, I, J e K, associati a infezione genitale, congiuntivite e polmonite del neonato. La clamidia rappresenta l’infezione batterica principale tra quelle a trasmissione sessuale, con circa nove milioni di casi all’anno. Ma quali sono i sintomi di tale infezione? Innanzitutto secrezione vaginale o dal pene; inoltre, gonfiore del collo o dei testicoli, minzione dolorosa o irritazioni, rapporti sessuali dolorosi, febbre, nausea, eccessivo sanguinamento della vagine, dolori addominali e chiazze tra i cicli. È fondamentale evidenziare, tuttavia, che oltre tre donne su quattro infette da clamidia non manifestano sintomi. La stessa cosa avviene per un maschio su due. La clamidia si trasmette principalmente attraverso rapporti anali e vaginali, più raramente attraverso rapporti orali. Ci si può proteggere semplicemente indossando il preservativo. In ogni caso, trattandosi di un’infezione batterica, e non virale, essa può essere curata con gli antibiotici. Curarla, comunque, risulta estremamente importante, poiché in caso contrario potrebbero sorgere infezioni delle vescica, gravidanze ectopiche e malattia infiammatoria pelvica. La clamidia, inoltre, può determinare sterilità sia negli uomini che nelle donne. Non è raro che una donna scopra di essere stata colpita da clamidia solo quando inizia una terapia per l’infertilità. La diagnosi dell’infezione, a ogni modo, non può avvenire che in laboratorio, visto che l’eziologia non può essere determinata semplicemente dall’anamnesi. La diagnosi diretta avviene mediante un’indagine microbiologica, che ricorre alla ricerca delle clamidie nel materiale patologica. Per ottenere i risultati degli esami sono necessari dai tre ai sette giorni; si fa ricorso, quindi, all’immunofluorescenza diretta, attraverso la quale avviene la ricerca di antigeni proteici. Per quanto riguarda il trattamento, gli antibiotici somministrati sono a base di eritromicina, ofloxicina o azitromicina. L’antibiotico più utilizzato, comunque, è la doxiciclina, che mostra la propria efficacia con dosi di duecento milligrammi al giorno e cicli di due o tre settimane. Nel corso della terapia è preferibile non consumare latticini, il cui effetto è quello di assorbire e depotenziare l’antibiotico. Anche la plurifloxacina risulta particolarmente efficace contro la clamidia.
Chiaramente, durante la cura è fondamentale evitare rapporti sessuali non protetti, anche nel caso in cui entrambi i soggetti siano sotto trattamento: il rischio, infatti, è quello di rendere inutile l’assunzione di antibiotici a causa della continua reinfezione. Da evitare anche contatti tra bocca e genitali se si sospetta che l’origine dell’infezione vada ricercata in rapporti orogenitali.

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