Quattro passi per addestrare il vostro pappagallo a parlare

Come i nostri genitori, i cartoni animati e i fumetti ci insegnano fin da quando siamo piccolini, i pappagalli sanno parlare. Questi volatili, infatti, sono in grado di riprodurre i suoni che sentono: non solo una parola pronunciata da un essere umano, ma anche il trillo di un campanello, il miagolio di un gatto, una nota musicale emessa da una tromba. Quando un pappagallo emette un suono, lo fa, nella maggior parte dei casi, per attirare l’attenzione, o comunque per comunicare con chi gli sta intorno: spesso all’imitazione si accompagna un’azione. C’è da dire, in ogni caso, che non tutti i pappagalli hanno sviluppato questa dote: in natura esistono specie più adatte e specie meno adatte. Per esempio, tra i pappagalli più chiacchieroni, citiamo l’Amazzone a fronte gialla e il Cenerino: anche essi, comunque, devono essere seguiti molte ore al giorno tutti i giorni. Non possiamo delineare un momento preciso in cui i pappagalli iniziano a parlare: essi potrebbero farlo a pochi mesi dalla nascita, a un anno, a due anni, o mai. Non lo sappiamo. Si ritiene, comunque, che l’età migliore per provare a fare parlare un pappagallo sia dal quinto mese di vita in poi. Chiaramente, per avere la possibilità di fargli apprendere qualche parola, è necessario avere la sua fiducia: ciò significa che non deve essere intimorito dalla nostra presenza. Dobbiamo essere sereni nei suoi confronti, e parlare in maniera calma e delicata. Questo, dunque, è il primo passo. Visto che questi uccelli parlano per suscitare il nostro interesse, potremmo provare a insegnare loro a ripetere lo stesso termine tutti i giorni per dieci minuti o un quarto d’ora, ripetendolo davanti a lui. Questa sarà la seconda tappa del nostro percorso, potremo scegliere una semplice parola, di uso comune, oppure un saluto, come “Buongiorno” o “Ciao”, o anche una parola che sentiamo tutti i giorni in televisione, o anche un rumore, uno squillo di trombetta, una frase di una canzone. Questo impegno non ci porterà via più di quindici minuti al giorno, potremo farlo in un momento morto della giornata, o magari mentre mangiamo, o mentre ci vestiamo; in questo modo, il pappagallo assocerà alla parola un’azione. Il terzo passo potrebbe essere quello di registrare la parola o la frase, a seconda della “loquacità” del nostro volatile, su un nastro: si tratta, in ogni caso, di un espediente cui ricorrere raramente, magari in caso di necessità, poiché insegnargli a parlare così vorrebbe dire insegnargli a farlo in maniera meccanica, senza che esso possa ricondurlo a nessun avvenimento.
Il quarto e ultimo passo, infine, ha a che fare più che altro con alcuni suggerimenti: quando gli parliamo non dobbiamo posizionarlo troppo vicino alla nostra bocca, poiché il rischio di un morso improvviso e doloroso è sempre in agguato (potrebbe farlo per noia o curiosità). Con il pappagallo, in ogni caso, dovremo essere sempre pazienti e non voler accelerare i tempi. Magari all’inizio ci sembrerà solo che stiamo perdendo un sacco di ore, in realtà prima o poi potremo raggiungere le nostre soddisfazioni.

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